Sede storica di Piazza della Scala

Sede storica di Piazza della Scala
Sede di Intesa Sanpaolo

Piazza della Scala 6, Milano

La storica sede in piazza della Scala, un tempo Direzione Centrale della Banca Commerciale Italiana e oggi parte del sistema direzionale di Intesa Sanpaolo, insiste su un’area nevralgica del tessuto urbano milanese: sorge infatti accanto alla sede municipale di Palazzo Marino e al celeberrimo teatro di Piermarini, e fronteggia l’imbocco della mengoniana Galleria Vittorio Emanuele.

La precedente sede della Banca era ubicata sul lato sud dell’invaso e pressoché di fronte al nuovo complesso, in una costruzione degli anni sessanta del XIX secolo, in mattoni faccia a vista, che era appartenuta al senatore Pietro Brambilla. In precedenza il fronte nord della piazza, prima delle graduali acquisizioni della Comit, era occupato da una serie di edifici di modesta qualità (confermato dal toponimo di via Case Rotte). La scelta di abbandonare Palazzo Brambilla, in forza dell’impetuosa crescita dell’Istituto di credito, determinava inevitabilmente la necessità di saldare il nuovo prospetto alle contigue e monumentali emergenze.

La Banca Commerciale decise di affidarsi a Luca Beltrami, singolare figura di progettista, di restauratore (tra l’altro del Castello Sforzesco, il che gli aveva procurato una sicura riconoscibilità come difensore delle memorie patrie), di pubblicista e uomo politico. Negli anni novanta dell’Ottocento egli stesso aveva realizzato il completamento della facciata di Palazzo Marino, impostato a metà del XVI secolo da Galeazzo Alessi, e si trovava così nelle condizioni di concludere, secondo modalità che riteneva dovessero essere rigorose e coerenti, il complessivo ridisegno di piazza della Scala. Un invaso tutto sommato recente, di cui né Alessi né Piermarini avevano potuto tener conto nel dimensionamento dei loro edifici ma che indusse Beltrami ad adottare, per la facciata della Direzione Comit, una formula che non indulgesse a una particolare modernità, ad un gusto liberty che avrebbe in effetti trasmesso una sensazione di eccessivo eclettismo.

L’impostazione del palazzo, eseguito tra 1906 e 1911, si sforza di collegarsi con le più rilevanti preesistenze dell’area: la scansione verticale della facciata riprende sostanzialmente e sin nelle soluzioni d’angolo, sia pure per sottili varianti, la tripartizione di quella di Palazzo Marino, facendo “corrispondere – come ha notato Fulvio Irace – le altezze, le pesanti fasce marcapiano, l’impaginato delle aperture, il coronamento piano a balaustre”. Anche l’edificio del Teatro alla Scala determinava imprescindibili elementi di riferimento, per cui la sede della Commerciale ne diveniva una sorta di aggiornata, ma anche piuttosto rigida ripresa: l’alto basamento bugnato, in granito lucido, rielabora e riecheggia la sequenza di arcate messe in opera da Piermarini, come pure vi si ricollega la porzione centrale del prospetto, dove il frontone è sorretto dalle quattro colonne ioniche di ordine gigante che sovrastano e perimetrano il portone d’ingresso.

D’altro canto, la richiesta della Banca a Beltrami era stata appunto quella di stabilire soprattutto l’involucro esterno del complesso; all’interno l’organizzazione e la distribuzione degli spazi, che avrebbero dovuto comunicare la più moderna fisionomia delle strategie dell’Istituto, risultava affidata invece all’ingegnere Giovan Battista Casati, sia pure in effettiva consonanza con i criteri generali messi a punto dall’architetto. Si tenga inoltre conto che l’edificio occupava un’area che già allora presentava una certa irregolarità e che, con le acquisizioni dei primi decenni del Novecento che finivano per garantire alla Comit il controllo di un’ampia insula del centro storico milanese, essa si sarebbe ben ulteriormente articolata: ciò avrebbe determinato, nel prospetto affacciato sull’attuale largo Mattioli e sulla “trasversale” tra piazza della Scala e piazza San Babila, l’inevitabilità di scelte compositive sensibilmente differenti, che non potevano essere dunque nuovamente affidate a Beltrami e che avrebbero trovato il proprio interprete in Pietro Portaluppi. Tra 1929 e 1932 questi riusciva a collegare con grande perizia, ma anche con più evidente modernità, il neoclassicismo ottocentesco di Beltrami, un edificio storico come il palazzo degli Omenoni, il fianco della chiesa di San Fedele, integrando lo sviluppo orizzontale del prospetto – scandito anch’esso da colonne ioniche di ordine gigante, su un’alta fascia basamentale di essenziale rigore – con l’agile e svettante mole di una torre, che diveniva fulcro visivo per l’intero corso.

Interni

Alle due fasi di realizzazione del complesso corrispondono adozioni sensibilmente mutate anche negli interni. Il neoclassicismo beltramiano dell’esterno – declinato tra riprese rinascimentali, difesa delle memorie patrie e inscalfibile senso di un complessivo decoro urbano, con conseguenti e inevitabili componenti di una certa rigidità – si dilata internamente in una più ariosa ma comunque solenne atmosfera. Il salone per gli uffici non si caratterizza soltanto per l’impiego di materiali di pregio, ma anche per l’equilibrato assetto delle campate, in cui a un arco si sovrappone una bifora e alle semicolonne del pianterreno le lesene antropomorfe di quello superiore, in una sorta di progressivo alleggerimento che dalle volte approda infine al lucernario sommitale; soluzioni di ulteriore finezza si dispiegano nei cortili di rappresentanza, connotati da forti elementi di trabeazione orizzontale, nelle impennate dei vestiboli, nella raffinata eleganza dei ferri battuti e dei bronzi delle ringhiere, nel disegno sinuoso dello scalone principale. Anche negli ambienti sotterranei, comunque destinati al pubblico, il linguaggio architettonico adottato è coerente con l’intero organismo dell’edificio. Nella sala delle cassette di sicurezza domina un disegno compositivo regolare e simmetrico: l’ampio spazio è retto da due imponenti colonne di un esplicito ordine dorico, con pulvino con triglifi: mentre l’esterno dell’edificio è retto dall’ordine ionico delle colonne giganti che scandiscono la facciata, con quelle doriche del sotterraneo Beltrami ha voluto corrispondere alla canonica sequenza di sovrapposizione degli ordini classici, e la cosa non deve essere sfuggita ai più colti osservatori dell’epoca.

Similmente, la scala, la balaustra del ballatoio, i particolari in ghisa/ferro riprendono gli stilemi e il disegno fitomorfo adottato anche nella balaustra dello scalone d’onore del piano superiore, delineando, anche nell’uso degli arredi e degli elementi decorativi, un complessivo disegno di forte coerenza e di consapevole rinuncia a più aggiornate accentuazioni di gusto.

Nella successiva porzione portaluppiana Giuseppe De Finetti, incaricato nel 1934 di sovrintendere alla realizzazione degli interni, sceglie invece una complessiva ricerca di trasparenza che, com’egli stesso sottolinea in una lettera, vanta il merito di “orientare il pubblico che percepisce dove va e donde viene” e di porre l’accento sulla “moderna indole della banca”. Di qui la ricerca di una chiarezza distributiva e di una luminosità degli ambienti, la rinuncia a corridoi troppo lunghi, intervallati al contrario da luoghi di sosta, l’impiego di materiali e di effetti decorativi ispirati a un sobrio rigore, la complessiva concezione di uno spazio operoso che bandisce ogni forma di ostentazione.

Pubblicazioni

Fulvio Irace, Un moderno mecenate, Milano 1995

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Piazza della Scala 6, Milano

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