Sede di Piazza della Repubblica

Sede di Piazza della Repubblica
Sede della Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia

Piazza della Repubblica 2, Trieste

L’inizio degli anni novanta del XIX secolo apre una fase molto importante nella vicenda urbana di Trieste, e insieme, di riflesso, nella vita economica e culturale della città. A partire dal 1769, con la strategica decisione di Maria Teresa di promuovere qui, rispetto al tradizionale emporio veneziano, una meta alternativa ai traffici dell’Adriatico, la costituzione a Trieste del Porto Franco aveva già inaugurato, intensificandosi poi nei decenni successivi, una moderna monumentalizzazione dell’assetto urbano, con i primi palazzi sulle Rive, l’edificio della Borsa, una pervasiva matrice di gusto neoclassico che finiva con il risultare cifra unificante e omologante per l’immagine della città.

E tuttavia, dopo la metà dell’Ottocento, in corrispondenza di elementi decisivi per una nuova configurazione del commercio marittimo, come l’apertura del Canale di Suez e l’imporsi delle imbarcazioni a propulsione meccanica, il ruolo di Trieste muta ancora, e sostanzialmente.

Il porto diviene allora lo scalo di solo transito per un impressionante flusso di merci destinate a un amplissimo bacino di utenza che coincideva, oltre che con le terre dell’Impero asburgico, con i più dilatati confini dell’Europa orientale: la città finiva così per assumere le funzioni di essenziale “terminal” meridionale dell’impero, grazie anche al completamento della ferrovia che la collegava a Vienna e a Zagabria.

A questa evoluzione si accompagnò un’imponente crescita demografica (dai 100.000 abitanti raggiunti nel 1850 ai quasi 250.000 del 1910): ciò determinava, da un lato, la crescita esponenziale del valore dei suoli edificabili, incrementando una originale crescita “in altezza” degli edifici, con progressive aggiunte di piani. Dall’altro, poneva l’esigenza di nuove sedi monumentali per le istituzioni (in particolare banche e compagnie di assicurazione) chiamate a gestire un così impetuoso trend economico.

In questa prospettiva deve essere percepito e collocato, nel cuore del cosiddetto Borgo Teresiano o Città Nuova, il palazzo per il Creditanstalt (poi Banca Commerciale Triestina, ora  Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia, gruppo Intesa Sanpaolo) che si affaccia su piazza della Repubblica – in realtà poco più di uno slargo di via Mazzini – e che viene realizzato, tra 1907 e 1910, da Enrico Nordio. L’architetto, figlio di un imprenditore edile originario di Chioggia, si era inizialmente formato a Trieste alla scuola di disegno di Karl Friedrich Haase ma, a vent’anni (nel 1871), unico della sua generazione, aveva potuto recarsi a Vienna all’Accademia di Belle Arti, dove si sarebbe diplomato in seguito sotto la guida di Friedrich von Schmidt.

La sua attività triestina giunge solo a conclusione di un articolato percorso professionale che lo vede dapprima collaborare col maestro a Vienna (nel restauro della cattedrale di Santo Stefano), poi a Zagabria, con Hermann Bollé, a fianco del quale conduce in larga misura il progetto per il locale Museo di arti applicate, e ancora a Milano (dove partecipa con qualche successo al concorso per il completamento del Duomo), a Trento, dove dirigerà la scuola industriale, nonché in un lungo viaggio che lo conduce a Roma e a Pompei. Tutte queste esperienze, che Nordio affida a un ampio e rimarchevole corpus di disegni, per la più parte conservati nell’Istituto Statale d’Arte della sua città, che porta il suo nome, si traducono in realtà in un catalogo di opere piuttosto ristretto, ma non per questo meno interessante.

Nel 1891, dopo un concorso a Nordio veniva affidata la realizzazione della sede della Cassa di Risparmio di Trieste, che era “il primo istituto bancario della città, non escluse le opulente filiali delle due maggiori banche viennesi, ad erigere decoroso palazzo per la propria sede”, come annoterà, commemorandolo in morte nel 1924, Silvio Benco. Già in questo edificio si notano gli esiti più considerevoli della ricerca di Nordio, da una perfetta conoscenza e da un eccellente impiego dei materiali a una marcata predilezione per gli stilemi di un neo-rinascimentalismo che veniva considerato il codice più adeguato alla tipologia di una sede bancaria, dato che vi si intendeva in qualche modo richiamare le antiche sedi dei palazzi fiorentini in cui si riteneva fosse sorto, per l’appunto, il sistema creditizio non solo italiano, ma di tutto il mondo occidentale.

Rispetto alla più ariosa impaginazione della Cassa di Risparmio – che veniva a sorgere accanto a edifici neoclassici come la Borsa e Palazzo Carciotti, raccogliendo, in una sorta di dialogo a distanza, una precisa indicazione a non sovraccaricare inutilmente i prospetti  (e del resto questa era anche la declinazione di gusto viennese in cui Nordio si era formato) – la sede del Creditanstalt risulta più asciutta e austera.

L’alto zoccolo a bugne più ruvide, con forti accenti chiaroscurali rispetto al nitore degli intonaci dove si raccolgono, nella sagomatura degli elementi, non pochi echi dell’architettura romana del primo Rinascimento (da Bramante a Giulio Romano), connota i prospetti in modo più marcato di ogni altro edificio di Nordio (compreso il successivo Palazzo di Giustizia, il cui progetto per altro scaturisce proprio da questo): ciò che si apprezza maggiormente è lo slancio verticale della facciata, determinato, come si accennava, dalle ridotte dimensioni dell’invaso di piazza della Repubblica, e tanto più percepibile se confrontato con il più disteso sviluppo dell’antistante, e di poco successiva, sede della Riunione Adriatica di Sicurtà, realizzata dall’altra grande dinastia di architetti triestini di questo periodo, i Berlam.

Il dialogo con lo spazio esterno è tuttavia garantito dal corpo centrale aggettante del prospetto principale, una soluzione, con i tre fornici d’ingresso e la loggia superiore, dove colonne giganti di ordine corinzio si spingono sino alla fascia sommitale, cui Nordio perviene dopo lunghe meditazioni che i numerosi schizzi per la facciata ci attestano. Nei disegni possiamo infatti constatare come una precedente possibile soluzione, un ingresso di scoperta matrice serliana come unico elemento connotativo di tre ordini superiori di finestre, lasci il posto a una più insistita ricerca di verticalità che mira a tradurre, anche in un lotto di non accentuate dimensioni, l’imponenza richiesta dai committenti.

Il manufatto, sostanzialmente conservato da un secolo a questa parte, consente di essere ammirato sin negli elementi di decorazione e di arredo: il ferro battuto dei cancelli, la bussola, il salone sormontato da un lucernario di intonazione già liberty (una sensibilità di gusto che Nordio aveva saputo anche precedentemente rivelare, come nel progetto per il ristorante Borsa Vecchia del 1900), a stabilire un sorprendente contrasto con l’austero rigore degli esterni. Del resto lo scalone d’onore, che consente l’accesso ai piani superiori – conservati negli arredi originali – evidenzia, nei rapporti tra componenti strutturali e di ornamentazione, la moderna sensibilità del progettista.

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