Sede di via M. Stabile

Sede di via M. Stabile
Sede di Intesa Sanpaolo

Via Mariano Stabile 152, Palermo

L’ideazione di una nuova sede su un terreno di recente acquisizione compreso tra le vie Mariano Stabile e Cerda venne affidata nel 1961 dalla allora Banca Commerciale Italiana allo studio B.B.P.R., composto allora dagli architetti Lodovico Barbiano di Belgioioso, Enrico Peressutti e Ernesto Nathan Rogers, professionisti aperti ai contatti culturali internazionali e ispirati al più aggiornato linguaggio architettonico, autori di opere emblematiche come la Torre Velasca di Milano.

Il gruppo di progettisti inaugurò così la propria stagione palermitana che avrebbe visto, nel giro di un decennio, il moltiplicarsi delle committenze con la costruzione della nuova sede del Giornale di Sicilia in via Lincoln, il palazzo Amoroso in via Zecca, gli interni del negozio Randazzo al piano terra de "La Galleria" di A. La Penna e V. Ziino.

L’ampio lotto, di circa 1200 mq, era inserito in una prestigiosa zona centrale, di importanza strategica per lo sviluppo urbano: un intero quartiere che si andava rinnovando con l’abbattimento dei vecchi edifici e l’edificazione di eleganti e rappresentativi fabbricati destinati all’emergente ceto produttivo professionale e commerciale.

Il cantiere del nuovo edificio partì nell’agosto 1962, secondo un progetto che prevedeva una forte articolazione dei corpi di fabbrica, scanditi in tre volumi distinti: una lastra di sette piani su via Stabile, un corpo più defilato di tre piani su via Cerda e una piastra di collegamento, una sorta di cortile interno coperto, con il Salone del pubblico al piano terreno e due ali di uffici al primo livello.

Frutto di un profondo ripensamento critico del ruolo del rivestimento, o meglio del curtain wall, nel rapporto tra parete e struttura, la soluzione architettonica della facciata edificata su via Stabile si confronta con i risultati delle ricerche espressive proposte agli inizi degli anni Sessanta da Mangiarotti e Morassutti a Milano (nella casa di via Quadronno) e da Albini e Helg a Roma (nel magazzino "La Rinascente"), e con le soluzioni adottate da Giuseppe Samonà a Venezia e Gregotti, Meneghetti e Stoppino a Novara.

La ricerca di un ritmo compositivo capace di dichiarare all’esterno la diversa destinazione funzionale dei piani, rendendo leggibile la distinzione tra la base destinata alla banca e l’area residenziale superiore, si intreccia con il tema del rapporto tra la nuova fabbrica e le adiacenze. Leggermente arretrato, il basamento in cemento spuntato grosso definisce l’ordine "rustico" del piano pubblico della banca e dei suoi uffici al primo piano; sopra, la facciata è scandita in pannelli di travertino uniforme con venatura verticale che, nello spessore degli interstizi tra una lastra e l’altra, lasciano intravvedere il piano di fondo della struttura.

I pilastri, culminanti nella singolare sfilata di esagoni in alluminio, sorta di moderna merlatura, sono simili a stendardi deputati a sorreggere i drappi marmorei dei pannelli; bucati, questi ultimi, al centro dalle aperture sottilmente modulate dal disegno delle lastre frangisole e dei parapetti.

All’interno, recentemente rinnovato dall'architetto Michele De Lucchi, il Salone del pubblico si rivela lo spazio a più alto gradiente rappresentativo, il fulcro centrale dell’intero organismo architettonico illuminato attraverso la copertura a cassettoni con cupole in plastica rettangolari. La disposizione simmetricamente degradante dei travetti a partire dalla "campata" centrale suggerisce delicatamente la direzionalità dell’asse di penetrazione nello spazio, confermato dalla disposizione della grande vetrata realizzata da Renato Guttuso. Sul lato, la grande scala decorata in ceramica dall’artista siciliano, interpretazione in chiave contemporanea dello "scalone d’onore" dei palazzi antichi, è risolta col moto avvolgente di un sinusoide spezzato. Vistosa concessione plastica alla scansione regolare del salone, è una festosa Vucciria portata dal chiasso della strada nel rarefatto silenzio del salone, un segno visionario e coloristico che si impone come irruzione di un sentimento popolare nell’astratto spazio globale dell’economia.

Gli interventi di Renato Guttuso

Fuoco prospettico dello spazio del salone del pubblico, la grande vetrata sulla parete di fondo raffigura un gruppo di pescatori in barca intenti a remare al largo della costa, visibile sullo sfondo. Spicca tra tutte la figura centrale, uno dei pescatori arrampicato come una vedetta sull’albero maestro. Renato Guttuso (Bagheria, Palermo 1911 - Roma 1987) ha attinto, per il cartone di questa vetrata, al quadro La pesca del pescespada (1949), che presenta soggetto e connotazioni stilistiche analoghi all’opera in questione, ma sono molteplici i rimandi all’intero ciclo di dipinti di pescatori del ciclo di Scilla, datato tra il 1949 e il 1950. Pur risalendo alla seconda metà degli anni Sessanta – fanno fede gli scambi epistolari datati 1964 avvenuti tra Guttuso e gli architetti del gruppo BBPR, in cui si avviano i contatti e si parla dell’opera da realizzare a Palermo - , nella vetrata Guttuso riprende forme e temi del realismo sociale che lo caratterizza nel decennio precedente, associati a una figurazione di stampo postcubista, svolta secondo larghe campiture di colore, forme sintetiche e squadrate, un segno netto e vigoroso che contiene in sé un retaggio espressionista e che, grazie al bordo in piombo che separa le lastre colorate della vetrata, risulta ulteriormente enfatizzato.

Anche in questa occasione, come nei quadri dedicati a contadini, minatori e altre categorie del ‘popolo’, Guttuso non manca di conferire ai personaggi rappresentati una fierezza e una solennità che toccano il culmine in celebri opere come Occupazione delle terre incolte in Sicilia (1949-50) o Zolfara (1953-55), dipingendo scene corali ove l’antico sapore di una sicilianità di stampo verghiano assume un valore universale, d’esaltazione morale della dignità dell’individuo alle prese con la lotta per la sopravvivenza.

Lungo la parete dell’elegante scalone sinusoidale che mette in comunicazione i vari piani dell’edificio, il grande intervento murale realizzato con mattonelle di terracotta invetriata, ceramica opaca, inserimenti di foglia d’oro, raffigura un paesaggio tipicamente siciliano, contrassegnato dalla presenza imponente e svettante di un vulcano sbuffante di fumo, dal mare, che riempie quasi tutta la scena, e da una folta vegetazione, su cui spiccano le pale di alberi di fichidindia.

La scena, tutta virata sui toni leggeri dell’azzurro e del bianco, con alcuni tocchi di nero che segnano le sagome delle forme quasi a voler evocare la vetrata dello stesso autore che domina il salone centrale, è attraversata da alcuni brani in lamina dorata. Questi ‘lampi di luce’, oltre a riportare alla memoria il sole mediterraneo, potrebbero esser stati inseriti da Guttuso come un’ideale richiamo alla tradizione decorativa bizantina e normanna del mosaico parietale, che caratterizza nell’immaginario collettivo tanti magnifici monumenti siculi.

L’iconografia del vulcano fumante è presente nell’opera di Guttuso abbastanza precocemente, già in opere degli anni Trenta, come ad esempio ne Il racconto del marinaio, (1933), in cui esso campeggia sullo sfondo, mentre in primo piano un uomo e una donna sulla banchina del porto intraprendono un muto dialogo.

Il ficodindia preso a simbolo di un’imagerie siciliana (di cui Guttuso fissa quasi uno stereotipo), ritorna spesso nel percorso del pittore, come si nota nell’olio Fichi d’India (1959), in cui ritroviamo, confrontandolo con la decorazione dello scalone, lo stesso segno scuro e spesso e un analogo trattamento delle forme, vigorose e lievemente squadrate secondo un retaggio postcubista vivo in quel periodo.

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Palermo, via Mariano Stabile 152

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