Palazzo Nervi - Scattolin

Palazzo Nervi - Scattolin
Sede di Intesa Sanpaolo, già Cassa di Risparmio di Venezia

Campo Manin, Venezia

La sensazione di camminare su strutture sospese nel vuoto; la consapevolezza di salire i gradini di una scala a forma di elica che è la “firma” dell’architettura che ci accoglie; la solidarietà per quei giovani allievi di una bottega pittorica costretti ad esercitarsi su un modello affascinante e difficilissimo, siglato dal maestro Giambattista Tiepolo; la sorpresa di trovarsi davanti un bozzetto in miniatura dell’immenso Paradiso che adorna la Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, esempio di amor filiale di Domenico Tintoretto nei confronti di suo padre Jacopo prima ancora che opera di sicuro pregio sia artistico sia storico.
Tutto questo, e molto altro ancora, ci viene riservato da una visita a Palazzo Nervi - Scattolin, l’edificio che dal 1972 ospita la sede principale della Cassa di Risparmio di Venezia. Campo Manin è sin dall’inizio della complessa storia di questa Cassa il luogo d’elezione del centro decisionale. Risale infatti al 1883 la costruzione della sede antica, un edificio disegnato dall’architetto Trevisanato, che aveva inglobato preesistenti parti settecentesche. La scommessa della Carive negli anni Settanta è nel palazzo che oggi ammiriamo che, pur frutto di infinite mediazioni, ripensamenti e trasformazioni e oggetto di polemiche e confronti molto accesi, fornisce a distanza di trentacinque anni un eccellente esempio del valore inestimabile dell’architettura quando si fa arte.

La storia di una Cassa nella storia di una città

Il manifesto istitutivo della Cassa di Risparmio di Venezia dell’11 gennaio 1822 reca traccia solo di una vocazione alla provvidenziale raccolta del risparmio. Già dai primi decenni di vita il coinvolgimento della Cassa di Risparmio nella storia cittadina consentì di percepire che il suo ruolo sarebbe stato più ampio.
Inizi assai problematici e controversi come appendice mal tollerata del Banco Pignoratizio, diventato successivamente Monte di Pietà di Venezia e, a pochi anni di distanza dalla sua nascita, la proposta di chiusura, in una città dal panorama economico davvero sconfortante, nella quale si allargava sempre più la voragine di debiti in cui sprofondavano i componenti delle antiche e nobilissime famiglie. Poi la lenta risalita con il coinvolgimento sempre più diretto nei primi passi compiuti da Venezia verso il progresso sociale. A questo periodo appartiene la decisione di costruire la sede di campo Manin, strategicamente inserito nel cuore antico della città. È però la sponsorizzazione ante litteram della prima Biennale d’Arte del 1895 a segnare l’inizio di una presenza ininterrotta della Cassa di Risparmio nel mondo artistico veneziano e indicare un percorso che l’Istituto di credito non avrebbe mai più abbandonato.

Lo scoppio della Prima Guerra mondiale interrompe con brutalità la caparbia ascesa della Cassa, la cui amministrazione per un anno viene addirittura trasferita a Firenze. Il tempo della ricostruzione la trova nuovamente protagonista, con il sostegno al credito agrario e a quello fondiario che consentono alla Banca di ritrovare il suo ruolo nei progetti di crescita e di espansione della città e del territorio provinciale. Allo scoppio della Grande Guerra l’istituto di credito è forte di 22 sportelli, equamente distribuiti fra aree a tradizionale economia agricola, aree di nuovo sviluppo industriale e zone lanciate verso la nascente “monocultura turistica”.

Il nuovo palazzo, dono per i 150 anni di storia

Presa la dolorosa decisione di abbattere l’edificio di fine Ottocento, ormai del tutto inadeguato alle dimensioni raggiunte dalla Banca e alle accresciute esigenze di sicurezza, la scommessa della Carive fu quella di recuperare spazi e possibilità operative pur conservando la medesima ubicazione, nel cuore del centro storico di Venezia, e rispettando i vincoli d’ingombro, mantenendo cioè le stesse dimensioni sia in pianta che in altezza, del precedente complesso di edifici.
La realizzazione del progetto venne affidata agli architetti Pier Luigi Nervi e Angelo Scattolin. La loro impostazione fu chiara sin dall’inizio: non rincorrere il “falso antico” che già dominava in campo Manin con i palazzi gotici costruiti a fine Ottocento, ma orientarsi sul disegno di un edificio odierno, di elevato livello architettonico e tecnologico, che potesse diventare un contributo innovativo alla qualità urbanistica della città.

In realtà la facciata, l’aspetto più vistoso del  progetto, così come la vediamo oggi è profondamente diversa e assai più semplificata rispetto a quella pensata in origine. Lo stesso architetto Nervi fu più volte sul punto di ritirare la sua firma dalla realizzazione finale, esasperato dalle mediazioni imposte dall’iter autorizzativo. Il fasciame continuo che connota le parti esterne dell’edificio e che su campo Manin viene completato nella parte bassa dalla poderosa cancellata in bronzo dello scultore Simon Benetton, insieme alle grandi vetrate ad angolo e al cortile sopraelevato interno, destinati ad alleggerire la mole del fabbricato, che si sviluppa in altezza per quattro piani, convivono quasi miracolosamente con l’inalterata facciata settecentesca su campo San Luca.

La costruzione del palazzo venne terminata nel 1970, l’inaugurazione risale al 1972, in coincidenza con la celebrazione del 150esimo anniversario della Cassa. Nonostante le mediazioni e i cambiamenti la realizzazione dell’opera suscitò un dibattito molto acceso, innescato soprattutto dalla carica dirompente delle innovazioni che i progettisti avevano introdotto. Le più importanti erano legate all’utilizzo del sottosuolo. Lo scavo di un profondo piastrone di fondazione e la soluzione dei problemi di protezione dalle acque circostanti consentì di ricavare due piani scantinati a 4,80 e a 1,60 metri sotto il livello medio del mare.

Davvero di impatto fenomenale il salone destinato all’accoglienza del pubblico. La soluzione elaborata per il sostegno dei piani superiori che poggiano esclusivamente su quattro pilastri in cemento armato, fornisce una straordinaria sensazione di aerea leggerezza e, per chi calpesta il pavimento del ballatoio che circonda e domina tutto il salone, la prodigiosa sensazione di camminare sospesi nel vuoto.
Il piano terreno risulta così completamente liberato dalla presenza di muri portanti e altri vincoli strutturali. Ed è il solaio tecnico al primo piano a contenere tutte le condutture di distribuzione dei diversi impianti, al riparo da eventuali maree eccezionali.

Il salone principale si prolunga, nel corpo di fabbrica antistante campo San Luca, in una sorta di atrio d’ingresso per il quale sin dagli anni Ottanta venne attrezzata una sede espositiva, che privilegiando rassegne su temi di interesse locale, si è rivelato strumento utile per divulgare la conoscenza delle opere d’arte di proprietà della Banca. Insieme alla ben congegnata struttura del solaio tecnico, che fa anche da soffitto al salone, la firma dell’architetto Nervi all’interno del palazzo è nella imponente scala elicoidale – in cemento armato, acciaio e legno – che dall’ingresso principale conduce al ballatoio e ai due piani nobili del palazzo. Il palazzo di Venezia si colloca cronologicamente fra la realizzazione del Padiglione Espositivo di Torino e la Sala delle Udienze Pontificie in Vaticano.

 

Tiepolo, Tintoretto e gli altri: gruppo di artisti all’interno di una banca

Il palazzo è contenitore, custode e ospite di un tale numero di eterogenee opere d’arte da imporre in questa sede una necessaria selezione. Alla base della scala il visitatore è accolto da due grandi sculture in cemento, rispettose dell’antico uso veneto di decorazione alle cancellate delle ville, Agricoltore con spighe ed Ercole con la pelle del leone che Arturo Martini scolpì nel 1910, ispirandosi a modelli egiziani e greci. Le statue, apparentemente forti e solide, rivelano nell’espressività una seducente e ambigua affinità con la loro fragilità interna, derivante dall’essere state scolpite prive di armatura metallica.

Il secondo piano ospita gli uffici della Direzione Generale e già dal pianerottolo di accesso fornisce un’anticipazione della ricchezza di opere d’arte che vi sono custodite. Accanto ad un grande San Michele Arcangelo di scuola veneta del ‘600, rappresentato secondo l’iconografia classica con la spada e la bilancia, trionfante sul drago del male, figura La scuola di musica attribuita a Pietro Longhi.

La decorazione di una vicina sala riunioni è squisitamente veneziana: a sinistra della porta d’ingresso spicca il Ritratto di procuratore di Alessandro Longhi, mentre sulla parete di fondo campeggia un Gonfalone, la caratteristica bandiera rossa e oro della Repubblica di Venezia, di grandi dimensioni, risalente alla seconda metà del Settecento. Bisogna avvicinarsi per cogliere la particolarità di quest’opera: lo sfondo è punteggiato di fiammelle dorate (“perle infuocate”) che si rivelano dipinte a copertura di altrettante stelline di argento a sei punte. Quasi certamente le stelline, emblema tipicamente napoleonico, furono aggiunte nell’Ottocento all’epoca della seconda occupazione francese per evitare la distruzione del Gonfalone. Quando la fortuna di Napoleone si eclissò anche le stelline seguirono il suo declino, ricoperte dalle più classiche perle infuocate.

Sarto, barbiere, modista, scultore, notaio, fornaio e fabbro: i sette piccoli dipinti di scuola veneta della seconda metà del ‘700, pur di limitato valore artistico, sono fra le opere della Cassa che più hanno viaggiato per prestiti fra i musei di tutto il mondo. Il loro è un valore "cronachistico”, ricchissimo di dettagli e di notazioni di costume, efficace illustrazione della vita quotidiana nella Venezia del tempo.

Le opere di maggior rilievo sono però ospitate dalle sale del terzo piano, sede degli organi amministrativi, degli ambienti di rappresentanza, dell’Archivio storico e della ricchissima Biblioteca, dotata di oltre duemila volumi, in prevalenza illustrati, con opere dal XV al XIX secolo: manoscritti miniati, incunaboli, cinquecentine, volumi rari e di grande interesse per la storia e la cultura veneta.

Nella sala di accesso dello scalone elicoidale troviamo un Concilio degli dei, dipinto dal giovane Jacopo Tintoretto, con Giove circondato da Marte, Saturno, Mercurio e Nettuno. Attribuito per diversi anni a Palma il Giovane, il quadro ha ritrovato la sua autentica paternità dopo un impegnativo restauro. Proveniente da una collezione inglese, l’opera decorava con ogni probabilità il soffitto di un palazzo veneziano. Intensi i chiaroscuri, abbagliante la luminosità che si irradia dal mantello di Cristo: il Giudizio Universale di Giambattista Tiepolo restituisce intatti i motivi della grandiosa pittura murale dell’artista. Realizzato forse come bozzetto per un soffitto a cupola, venne utilizzato anche come modello per le esercitazioni degli allievi.

La grande sala di rappresentanza, al cui centro giganteggia un tavolo di oltre 16 metri, è impreziosita da una rara specchiera veneziana del Seicento, in vetro fuso e molato: le analisi effettuate per il delicatissimo intervento di restauro hanno fatto risalire il taglio del materiale usato addirittura al Trecento. Di particolare raffinatezza il lavoro di molatura delle piccole figure laterali: la parte superiore con profilo e corona nobiliare è un’aggiunta del Settecento.

Le riunioni del Consiglio di Amministrazione vengono benevolmente vegliate dallo sguardo del Gentiluomo veneto, ritratto da Domenico Tintoretto intorno al 1600: i documenti riprodotti nel quadro autorizzano l’ipotesi che possa trattarsi di un ambasciatore della Serenissima.

La sala è chiusa dal grande Bozzetto del Paradiso, con ogni probabilità dipinto da Domenico Tintoretto nel 1592. Il concorso per l’affresco destinato alla Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale lo aveva vinto Paolo Veronese, ma il pittore morì senza aver messo mano all’opera. E Jacopo Tintoretto, maestro geniale e abile promotore di se stesso e della sua bottega, non si lasciò sfuggire l’occasione di subentrargli. I bozzetti del Paradiso sono più d’uno: attraverso di loro si può ricostruire la storia della creazione tintorettiana e l’evoluzione della sua iconografia, con un progressivo sovraffollarsi di corpi che vanno a ridurre lo spazio lasciato alla parte del cielo. Il primo, del 1564, è ora al Louvre di Parigi, l’altro del 1588 è conservato al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. Quello firmato dal figlio Domenico risale al 1592, ed è uno dei conclusivi, molto vicino a quella che sarà la versione finale della titanica opera (7 metri per 22 le sue dimensioni), che è ancora possibile ammirare in loco. Fra i tanti volti appena abbozzati che affollano la scena, in basso emerge l’autoritratto di Domenico, la firma su di un’opera, doveroso omaggio di figlio ad un padre di debordante personalità, che con l’opera di Palazzo Ducale andava a concludere una lunga carriera.
 

Pubblicazioni

Alvise Simonato, Pietro Verardo (a cura di), La Cassa di Risparmio di Venezia, Venezia 2004

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