Palazzo Donghi Ponti

Palazzo Donghi Ponti
Sede della Cassa di Risparmio del Veneto

Corso Garibaldi 22/26, Padova

Il volto della città

Quando, nel II secolo a.C., i Romani giunsero a Patavium, vi trovarono un borgo già costituito nell’ansa del fiume Edrone (Bacchiglione); tra il 49 e il 46 fu dichiarata municipium e la struttura urbana venne ad uniformarsi alla tipologia urbanistica romana secondo due assi perpendicolari, il cardo e il decumano. Questo ordinamento urbanistico fu talmente efficace che per molti secoli scandì la geografia cittadina che per molti tratti è riscontrabile ancor oggi. Le trasformazioni che si sono succedute durante i secoli si sono uniformate sull’impianto geometrico preesistente: da un lato il fiume e dall’altro la struttura viaria romana. Per molti secoli lo sviluppo della città ha dovuto fare i conti con questo reticolato fino a quando le esigenze economico-commerciali non hanno imposto un cambiamento obbligatorio.
Con l’inizio del XX secolo l’amministrazione comunale, capitanata dal sindaco Moschini, decide di dedicarsi a risolvere alcune questioni urbanistiche prioritarie per l’espansione della città: il potenziamento delle linee tranviarie, il risanamento delle zone malsane, la creazione di un giardino pubblico, la costruzione di nuove case operaie e la realizzazione di un impianto viario, all’interno delle mura, più efficiente e in linea con le esigenze di una città moderna in espansione.
L’obiettivo era quello di adattare il nucleo urbano antico ai nuovi assi stradali che dovevano diventare le direttrici dello sviluppo, come era accaduto in alcune capitali europee: ne è un esempio Parigi con i suoi boulevards.
Proprio a questi boulevards ci si ispira quando viene ideato il progetto per l’apertura dell’asse viario dal Palazzo del Bo (sede dell’Università) alla stazione ferroviaria, un rettifilo – come già sperimentato a Bologna e Ferrara – per congiungere il cuore della città alla zona di nuova espansione, e al primo nucleo della nascente zona industriale (quartiere Arcella). 
Si intraprendono inoltre altre imprese architettonico-strutturali che permettono l’espansione dello spazio urbano e allo stesso tempo creano una regolarità stradale di sicura utilità.
Nel 1903 è costruito il cavalcavia Borgomagno per collegare viale Codalunga con il quartiere Arcella, zona commerciale in grande espansione. Il progetto è affidato a Daniele Donghi, che decide di costruire una strada sopraelevata sulla ferrovia, sostituendo così il vecchio passaggio a livello che doveva essere eliminato.
L’architetto, di origine milanese, nel 1899 era divenuto ingegnere-capo del comune di Padova e aveva già realizzato numerosi progetti per la città: il consolidamento delle Logge del Caffè Pedrocchi, la sistemazione del convento delle Salesiane in Santa Maria Iconia, oggi via Belzoni, e l’ampliamento del Cimitero Monumentale. Il progetto del cavalcavia Borgomagno, forse una delle sue opere più riuscite sia tecnicamente che artisticamente, gli procura un grande successo e testimonia, oltre alla sua competenza tecnica, anche la modernità delle sue idee. Sarà proprio questa apertura verso istanze architettoniche innovative a procurargli nel 1913 l’incarico per la costruzione del nuovo palazzo della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, ora Cassa di Risparmio del Veneto, gruppo Intesa Sanpaolo.

La nuova sede

L’antica sede della Banca, situata a Palazzo Dondi dell’Orologio in via Pozzo, doveva essere spostata in un luogo di maggior visibilità.
Secondo il piano regolatore cittadino, il sito ideale risultava sulla direttrice che doveva collegare il Caffè Pedrocchi con la Stazione; quell’asse viario, da realizzarsi entro il 30 giugno del 1909, avrebbe visto rappresentate le forze economiche della città e avrebbe avvicinato Padova alle grandi capitali europee.
Il luogo decretato per la costruzione della nuova sede della Cassa di Risparmio avrebbe avuto una posizione strategica dal punto di vista cittadino e importante economicamente perché vicino alla sede centrale delle Poste. Il Donghi progettò una struttura architettonica innovativa che rispondeva esattamente alle esigenze del Consiglio di Amministrazione, che la approvò e che affidò all’architetto anche la direzione dei lavori. Il sito era occupato da alcuni edifici privati che furono acquistati e demoliti per creare lo spazio alla nuova costruzione. L’impresa era complessa e stimolante a causa di alcune problematiche di tipo urbanistico, ma la costruzione del palazzo iniziò nel 1913 e fu ultimata nel 1920. La facciata principale su corso del Popolo doveva fare i conti con la modernità mentre la facciata posteriore, su piazza Eremitani, si doveva confrontare con il convento degli Eremitani da un lato e la Cappella degli Scrovegni dall’altro. Il Donghi risolse il problema progettando due facciate completamente differenti: l’una, la principale, con un impianto verticale accentuato dall’ordine gigante delle sue colonne e l’altra strutturata orizzontalmente, quasi a dimostrare la sottomissione ai vicini edifici religiosi.
L’intero edificio è stato pensato per trasmettere in maniera chiara e comprensibile gli obiettivi e le funzioni della Banca, quasi dovesse diventare l’immagine stessa della Cassa di Risparmio; ogni particolare e ogni decoro sottolinea le funzioni e le caratteristiche simboliche, etiche e commerciali della sua struttura. In ogni decorazione sono ribaditi i capisaldi del significato del “risparmio” in modo che gli utenti possano ricordarli facilmente.

L’esterno

La facciata principale, su corso del Popolo, scandisce a chiare lettere i concetti di “Lavoro”, “Previdenza”, “Risparmio” e “Agiatezza” secondo una sequenza precisa ribadita anche all’interno dell’edificio, sottolineando che l'obiettivo di una serena anzianità dipende dal lavoro, ma soprattutto dal risparmio. Lo slogan è ribadito anche dallo stemma della Banca con il motto latino optimum - vectigal - parsimonia e l’immagine dell’alveare. L’entrata principale è sormontata dalla scultura realizzata da Eugenio Bellotto raffigurante la dea Minerva, protettrice delle attività manuali, delle arti e mestieri, dei musici e dei medici. Ai lati dell’entrata, le due fontane a conchiglia con le iscrizioni Emolumentum dedit 1822 (data di istituzione della Cassa) ed Emolumentum dabit 1920 (data di inaugurazione della nuova sede), testimoniano il gusto liberty dell’edificio e lo avvicinano alla fontana del cavalcavia Borgomagno, che Donghi fece costruire a scopo decorativo.
L’intero fronte è scandito da una simmetria precisa, sottolineata da elementi decorativi alternati che ne accentuano l’effetto scenografico. Le inferriate in ferro battuto delle finestre del piano terra sono caratterizzate da differenti decorazioni che ribadiscono i concetti espressi nella parte alta: a sinistra dell’entrata risaltano le parole “Saviezza”, “Prudenza”, “Ordine”, “Vigilanza”, “Agiatezza” che hanno come risultato “Arti”, “Agricoltura”, “Commercio”, “Industria”, “Scienze”, delle finestre sulla destra.

La tecnica e la costruzione

L’organizzazione degli spazi e le richieste della committenza hanno fatto sì che la struttura sia stata realizzata con un’attenzione straordinaria, sia per il pubblico che per chi doveva lavorare all’interno della Banca e hanno reso la struttura della sede capace di resistere ai futuri cambiamenti d’uso. Nella realizzazione della struttura sono state impiegate le ultime novità della tecnica, creando così un sapiente connubio tra il luogo di lavoro e le esigenze del massimo benessere fisico. Il palazzo predisponeva delle migliori attrezzature tecniche: gli ascensori e montacarichi della Stigler, la posta pneumatica e meccanica di Lamson e Mix, i parafulmini di Borghini, acqua fredda e calda fino al secondo piano, illuminazione, suonerie, telefoni e orologi elettrici della ditta Sardelli, ma soprattutto la climatizzazione sia in inverno che in estate, veramente innovativa. Questa complessa macchina rendeva la nuova sede al passo con le grandi banche delle capitali europee. 

Ampliamento della sede e intervento di Gio Ponti

Nel 1959 il Consiglio di Amministrazione della Banca decide l’ampliamento della sede affidando l’incarico all’architetto Gio Ponti, che a Padova aveva già realizzato nel 1937 il Liviano, sede della Facoltà di Lettere, nel 1940 gli affreschi dello scalone del Rettorato dell’Università e stava seguendo i lavori all’Hotel Storione e alla sede della Banca Antoniana. Il compito di Ponti era quello di demolire il palazzo occupato dall’ex Consorzio Agrario per costruire un’ala nuova per la Cassa di Risparmio.
La costruzione, iniziata nel 1961, è ultimata nel 1964. L’architetto ha progettato una struttura architettonica che si appoggia all’edificio preesistente e ne segue l’andamento orizzontale con attenzione per i singoli particolari, che risultano studiati uno ad uno. Il rapporto di vicinanza dell’edificio alla Cappella degli Scrovegni e all’Arena romana era complesso ed è stato risolto da Ponti con una facciata di vetri, quasi un’enorme veranda che si affaccia sull’antico.
All’interno, l’edificio è strutturato con un grande salone su doppia altezza, con ballatoio superiore che riprende la costruzione del Donghi.

L’interno

L’entrata immette nel vestibolo ellittico dal quale, come punto di divergenza, si aprono diversi percorsi: quello per il pubblico con il grande salone per le operazioni e lo scalone per accedere alla Presidenza e alla Direzione. Il personale della Banca aveva un’entrata riservata su piazza Eremitani.

La zona per il pubblico conserva ancor oggi le caratteristiche del progetto del Donghi, che tenevano conto delle necessità tecniche e di sicurezza dell’intero complesso. Il salone è a doppia altezza con un ballatoio superiore arricchito da colonne scanalate, decorate con l’immagine dell’ape, simbolo del risparmiatore. Come all’esterno, compaiono molte iscrizioni che inneggiano al risparmio; le più significative sono: “Il risparmio più nobile è quello di chi meno guadagna” e “Prima ricchezza a famiglie e Stato è il risparmio”.
Attraverso il grande scalone, in marmo bianco di Carrara e giallo di Verona, si accede al piano superiore. Le pareti dello scalone sono riccamente decorate con immagini gioiose di gusto tipicamente liberty, realizzate da Giovanni Vianello, che ribadiscono i concetti già espressi sulla facciata. Da un lato, sotto l’iscrizione “Lavoro” sono rappresentati alcuni giovani lavoratori dell’industria, sotto la dicitura “Messe” alcuni agricoltori intenti ai lavori dei campi; sul lato opposto, sotto la parola “Benessere” si osserva una scena familiare felice e gioiosa affiancata da un’immagine di “Beneficenza” rappresentata da una giovane donna che fa la carità a un’anziana.
Il soffitto è interamente decorato con api dorate su fondo azzurro. L’intero ciclo esprime un’atmosfera gioiosa con colori solari e delicati, dove i personaggi sono caratterizzati da particolari decorativi raffinati e ricercati. Lo scalone termina in un vestibolo simmetrico a quello sottostante,
decorato con immagini allegoriche con frutta, ninfe con cornucopia e fiori che ribadiscono un senso di pagana opulenza. Da questo ballatoio si dipartono i corridoi che immettono nella zona riservata all’amministrazione.

Pubblicazioni

Claudio Rebeschini (a cura di), Palazzo Donghi - Sede della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Milano, 2002

Claudio Rebeschini, L'edificio della Cassa di Risparmio di Padova in Daniele Donghi. I molti aspetti di un ingegnere totale, a cura di Giuliana Mazzi e Guido Zucconi, Venezia 2006
 

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