Palazzo di Residenza a Forlì

Palazzo di Residenza a Forlì
Sede della Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna

Forlì, corso della Repubblica 14

Ventiseimila lire per un edificio di trenta vani più sette botteghe sottoportico: era il 30 dicembre 1885 quando il Consiglio di Amministrazione della Cassa dei Risparmi di Forlì decideva di acquistare Palazzo Schiavini Cassi già Serughi, affacciato su corso Vittorio Emanuele, per farne la propria Residenza. Non era stato però un buon affare: con incerte fondamenta e a serio rischio di staticità le condizioni dell’edificio si rivelarono davvero problematiche. Quello che ammiriamo oggi non conserva neppure una pietra dell’originaria dimora nobiliare: il palazzo venne infatti completamente demolito e ricostruito in ossequio alla nuova teoria, affermatasi nei vent’anni precedenti, che individuava nell’“edificio bancario” una nuova tipologia edilizia urbana. Costruzioni che si ispiravano ad un sistema di valori immediatamente percepibili dalla clientela: sicurezza, solidità, eleganza, decoro.

Il progetto per il nuovo edificio venne affidato a due affermati professionisti, Ernesto Manuzzi e Vincenzo Pantoli, che in qualità di consiglieri della Cassa prestarono la loro consulenza a titolo gratuito. Dopo aver optato per la dolorosa e costosa demolizione integrale del vecchio palazzo, i lavori ebbero inizio nel 1886. La nuova Residenza venne inaugurata il 22 novembre 1888 dall’assemblea sociale che vi tenne la sua tradizionale riunione annuale.
A distanza di pochi anni la Cassa decise di acquistare anche un’abitazione confinante, Casa Quartaroli. I lavori di ristrutturazione e annessione, che comportarono variazioni significative nella facciata, furono completati nel 1905. Anni difficili e complessi nei quali il crollo della Banca Popolare aveva diffuso il panico fra i risparmiatori e il ritiro dalla Cassa di oltre un milione di lire. Solo agli inizi del Novecento, la Banca cominciò a mostrare i primi segni di ripresa e di riconquista delle originarie e floride posizioni economiche. Per affrontare la sua fase interna di ristrutturazione e rilancio la Cassa aveva bisogno ancora una volta di maggiori spazi. Con l’acquisto dell’adiacente palazzo Colombani Merenda il progetto venne completato: seguendo la consuetudine che si era ormai affermata negli istituti bancari di servire il pubblico al piano terra, il Salone venne trasferito al pianterreno, occupando buona parte del cortile interno della Residenza.
Con i lavori di restauro e abbellimento che sancirono le celebrazioni del primo centenario della Cassa, negli anni a cavallo fra il 1939 e il 1940, e dopo l'ammodernamento degli anni Cinquanta, la Residenza ha assunto l’aspetto definitivo che oggi ammiriamo.

Per la nuova Residenza i progettisti Manuzzi e Pantoli scelsero di rifarsi all’architettura rinascimentale e alle tecniche costruttive tipiche del territorio, privilegiando la scelta del cotto per la facciata e le decorazioni, e impiegando una pietra pregiata, granito bianco e marmo bianco di Carrara, per basi, fusti e capitelli delle colonne. Una soluzione che garantiva il rispetto del bicromatismo molto usato dall’architettura locale.
La facciata è originariamente composta da un portico la cui altezza assicura slancio verticale, necessario in una strada non troppo ampia; un piano nobile alternato da finestre coincidenti con l’asse di mezzeria degli archi sottostanti; un mezzanino segnalato da occhi circolari, armonizzati alla cadenza delle finestre.
Formelle con piccole rose e fiori, mascheroni, doppie trecce, finestre a doppio arco con capitello pensile: le decorazioni in cotto sono in tutto e per tutto simili a quelle dei palazzi romagnoli del Quattrocento. Le colonne del portico, che misurano poco meno di quattro metri d’altezza, terminano in fastosi capitelli: il collarino decorato con delfini a rilievo, le larghe foglie di acanto sovrastate da volute ad angolo, le foglie di palmette arrotondate da cui spuntano fiori su steli.
La regolarità della facciata si riflette nel sottoportico, scandito da lesene con più modesti capitelli in stucco e con volte a crociera e cervello arrotondato, a fornire quasi la sensazione più aerea e volatile di una volta a vela.

Interni

Sull’imponente portone d’ingresso troneggia l’arnia su un campo di fiori, circondato da uno sciame d'api, sin dalla fondazione della Cassa nel 1839 il simbolo della banca: api come esempio di diligenza, operosità e instancabilità nel lavoro e arnia come preciso spazio architettonico organizzato in modo impeccabile e funzionale.
Api numerose che sembrano quasi ronzare dalle decorazioni degli imponenti cancelli di chiusura delle otto arcate di ingresso aperte lungo il sottoportico.

A sinistra dell’androne d’ingresso, con decorazioni a quadrature monocrome opera di Luigi Samoggia, si apre lo scalone d’onore sorprendente per eleganza e perfetto senso delle proporzioni. Realizzato con marmi raffinatissimi e illuminato dall’alto da un lucernario, nella sua parte strutturale realizzato dalle Fonderie Meccaniche allora proprietà della Cassa, lo scalone ha un’unica loggia di affaccio, mentre gli altri tre lati alternano arcate cieche. Su una delle pareti campeggia un bassorilievo in marmo, datato 1939, commissionato dalla Cassa dei Risparmi in occasione del suo primo centenario allo scultore Mario Moschi (Lastra a Signa 1896 – Firenze 1971), artista affermato e molto attivo in epoca fascista. Un’allegoria della città di Forlì e al tempo stesso un’esaltazione enfatica, molto in linea con l’ideologia del tempo, del lavoro agricolo: un seminatore a torso nudo e, sdraiata alle sue spalle, una madre con bambino. Sullo sfondo, alcuni dei più noti monumenti forlivesi, la Rocca Sforzesca e le torri civiche, e la citazione del celebre affresco col Pestapepe di Melozzo da Forlì.
Dello stesso Autore le due statue in bronzo, raffiguranti Mercurio e Cerere, di cui si ignora la collocazione originaria e che in occasione del riassetto dello scalone vennero sistemate lungo la balaustra. Risale invece agli anni Cinquanta, a testimonianza di un rapporto lungo e fecondo che intercorse fra Moschi e la Cassa, la Maternità in terracotta che fa mostra di sé sul ballatoio del primo piano. Passata la stagione dell’enfasi di Stato, Moschi rivela un’autentica capacità di commuovere nella descrizione della tenerezza fra madre e figlio. Il volto femminile sembra debitore della bellezza di molte Madonne fiorentine e di un modello “alto” come Raffaello, ma proprio nel diretto rapporto con i classici l’Artista dimostra la sua schietta originalità.

Al piano nobile, l’ampio vano sul quale oggi si aprono gli uffici del management e alcune sale di rappresentanza era in origine il Salone per il pubblico della Residenza.
Un impianto sontuoso, sormontato da un lucernaio, e una ricchezza di materiali nobili ed eccellenti nel quale l’intaglio dei legni, le decorazioni degli intonaci e i marmi dialogano con quadri, sculture e pezzi d’arredamento di particolare pregio.
Si nota qui una vocazione al collezionismo d’arte che ebbe il suo illuminato pioniere in Aldo Sangiorgi. Entrato nella Cassa dei Risparmi nel 1923 e nominato direttore nel 1947, Sangiorgi vi rimase sino al 1964: nel corso di questo lungo e proficuo arco di tempo l’edificio venne ampliato con la costruzione del secondo piano, ammodernato con la ristrutturazione del 1959, e arricchito con una collezione di arredi, in parte acquisiti dal Monte di Pietà assorbito dalla Cassa nel 1948 e in parte acquistati personalmente da Sangiorgi in aste e mostre di antiquariato.
Una vocazione alla ricerca del bello fatta propria dalla Cassa e ancora oggi punto di forza nel suo rapporto con il territorio.

Di particolare grazia un piccolo quadro a olio di Barbara Longhi (Ravenna 1552 – 1638) raffigurante Sant’Agnese, con il classico agnello della sua iconografia: è un inno alla giovinezza e alla leggiadria nel quale la Santa è bella come una qualsiasi bella ragazza del Rinascimento. La composizione è simmetrica e l’attenzione ai dettagli rivela davvero una mano femminile: il cerchietto azzurro fra i capelli, l’aureola con i gigli, il fermaglio che sostiene l’abito sulla spalla.
Di recente acquisizione il gruppo di quattro più due cassapanche, in legno dolce, superbo esempio di manifattura romagnola della metà del Settecento. Dipinte in policromia, provenienti da un’elegante dimora di campagna nel ravennate, le cassapanche sono un campionario di motivi decorativi del barocchetto: fiori in vasi, conchiglie, frutti disposti in festoni, rami in fiore.

Nella Sala delle Assemblee il magnifico soffitto realizzato a tempera, opera risalente agli anni trenta del Novecento firmata da Guido Cavazzini (Quartesana, FE 1894 – Forlì 1969), è suddiviso in quattro specchiature circolari, ciascuna delle quali raffigura allegoricamente le Virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza, mentre l’ottagono centrale contiene tre figure di donne, seducentemente sedute su nuvole e accompagnate da due vigili putti. Le scene in monocromo agli angoli del soffitto sono un trionfo simbolico del Risparmio, anch’esso in sembianze femminili e recante sempre con sé un salvadanaio: ora al fianco di un muratore al lavoro; ora vicina a studenti; protettiva nei riguardi di un anziano che porta in braccio un bambino e ancora compassionevole verso i malati.
L’altro protagonista della Sala ha una forte dose di ambiguità e di inquietudine: un grande olio su tela di Gaetano Previati (Ferrara 1852 – Lavagna, GE 1920) dal titolo Il sacco di Capua (Prede belliche). L’opera illustra un episodio storico particolarmente truce: l’immane strage che la città di Capua subì da parte delle truppe di Cesare Borgia e che nel 1501 segnò la fine del dominio dinastico dei d’Aragona nell’Italia meridionale. Previati, impregnato di ideologia romantica, in soli tre mesi, come testimoniano i documenti, dipinge il monumentale quadro. Il suo obiettivo è la partecipazione all’Esposizione Nazionale di Torino nel 1880. Il tema è però troppo forte, la nudità delle ragazze, vittime di una violenza cieca e furiosa, scandalizza i benpensanti dell’epoca, il quadro non vince il concorso. Ma il successo assicuratogli dal pubblico è immediato. E ancora oggi, esaltato da una cornice di pregio altissimo, intagliata da un autentico artista come Ernesto Maldarelli, il quadro mantiene un’efficacia potente e comunicativa, un monito contro la violenza che ciascuna guerra, in ogni tempo e in ogni luogo, trascina con sé.

Ospite prestigioso degli altri uffici direzionali un camino con caminiera, in noce intagliato, esempio di quando l’alto artigianato si trasforma in arte. La Cassa possiede un curioso e dettagliatissimo carteggio relativo a questo oggetto, che fu al centro di una disputa economica molto accesa fra committente ed esecutore. Disputa che impedì la partecipazione dell’opera all’Esposizione Universale di Roma del 1911. Commissionata nel 1909 a Francesco Turci (Forlimpopoli 1862 – Forlì 1928), “ricamatore del legno” e non semplice intagliatore, nella caminiera la funzionalità è di certo sacrificata alla ridondante decorazione: non c’è un solo piccolo spazio che sia libero da ornamenti e intagli. Le spalle del camino sono decorate da festoni e cariatidi, mentre spicca in altorilievo sulla formella di copertura del fuoco una testa d’ariete. Nella massiccia architrave la voluta centrale prende le mosse dal volto di un drago che cerca di azzannare un putto grassoccio, armato di freccia. Di eccezionale fattura le teste antropomorfe che spiccano sulla cornice dello specchio, espressivi volti femminili le cui acconciature, intrecciate con frutti diversi, qualificano i volti come personificazioni delle quattro stagioni. È la loro presenza a “tradire” il periodo di esecuzione dell’opera: il primo decennio del Novecento in cui si andavano diffondendo anche in Italia i primi segnali dell’Art Nouveau.

Pubblicazioni

Ulisse Tramonti (a cura di), La tradizione rinnovata. Il Palazzo di Residenza della Cassa dei Risparmi di Forlì, Forlì 2006

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