Cappella del Monte di Pietà

Palazzo Carafa
Banco di Napoli - Cappella del Monte di Pietà

Via San Biagio dei Librai 114, Napoli

E’ la Napoli delle luci da capitale del viceregno spagnolo e delle ombre di squilibri urbani, sociali ed economici quella che assiste all’edificazione della Cappella del Monte di Pietà, nel cuore del decumano inferiore, uno dei tratti di strada più intensi ed espressivi dell’antica Spaccanapoli.
Nel corso del XVI secolo, in pieno spirito da Controriforma, alcuni gentiluomini napoletani avevano istituito in città il Monte di Pietà che, a scopo benefico, concedeva prestiti su pegno senza fine di lucro, per combattere l’usura. Gli strati più in difficoltà della popolazione cittadina trovarono un aiuto concreto per fronteggiare problemi di quotidiana sopravvivenza, evitando di finire stritolati nell’odioso meccanismo messo a punto dalla spietatezza degli strozzini. La storia del Monte di Pietà diventa ad un tempo cronaca della nascita del Banco di Napoli, che affonda le sue radici più antiche e nobili in questa cintura di salvataggio per folle di poveri e diseredati.

Fondato nel 1539, il Monte di Pietà ampliò in modo esponenziale la sua attività e questo dato impose l’acquisto dell’antico palazzo di Girolamo Carafa dei Duchi di Andria. Il completo restauro dell’edificio, trasformato in Palazzo del Monte di Pietà, e il progetto per la realizzazione dell’annessa Cappella vennero affidati a Giovan Battista Cavagna. Architetto e pittore, forse originario del Nord Italia, ma con una sicura formazione professionale nella città di Roma, Cavagna è presente a Napoli in due momenti diversi: negli anni settanta del Cinquecento è sicuramente coinvolto nei lavori per la chiesa di San Gregorio Armeno, a cavallo fra il 1589 e il 1591 prende parte alla ricostruzione della chiesa di San Paolo Maggiore. La sua opera indiscutibilmente più rilevante rimane però quella del Monte di Pietà. I Libri di Casa, ancora oggi conservati presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli, consentono una perfetta ricostruzione dei lavori che interessarono il Palazzo e la Cappella. A scorrere l’elenco delle maestranze coinvolte si delinea la storia architettonica della città fra XVI e XVII secolo.

La prima pietra della Cappella venne posata il 20 settembre 1598: con grande senso della scenografia la facciata si apre sul lato breve dell’ampia corte interna del palazzo. Di impostazione rinascimentale il prospetto è scandito da quattro lesene ioniche in marmo: nella campata centrale si apre il portale in marmo rosso sormontato da una finestra; nelle due nicchie delle campate laterali le statue della Carità e della Sicurtà, opere di Pietro Bernini scolpite nel 1601. Gli orfani, eterno simbolo della marginalità e del dolore di una società, rappresentati come piccoli bambini nudi o appena coperti da stracci lacerati si tengono attaccati con la forza della disperazione alle vesti di madre Carità, mentre con il coraggio di una rigorosa distinzione la Sicurezza invita a nutrire fiducia.

L’effetto cromatico è affidato alla varietà dei marmi impiegati, l’effetto plastico è delegato soprattutto ai capitelli in marmo bianco, alle decorazioni e alla trabeazione su cui si legge “O Magnum Pietatis Opus”. Completamente illeggibili gli affreschi di Battistello Caracciolo che, insieme alle iscrizioni e all’iconografia delle opere scultoree, erano il manifesto del sentimento di solidarietà alla radice dell’istituzione e alla sua volontà programmatica di assistenza. La facciata termina in un timpano triangolare con l’altorilievo della Deposizione di Michelangelo Naccherino. I dettagli, le proporzioni, l’alternanza di marmo e mattoni fanno parlare alla facciata un linguaggio artistico nuovo, lontano dalla tradizione allora in voga e ispirato a modelli più colti, importati in prevalenza da Roma e dalla Toscana.

Interni

La navata

L’effetto-sorpresa dell’entrata nella Cappella è davvero emozionante: quello che riempie gli occhi ha lo splendore e la preziosità dei gioielli. Un gioiello di eleganza tardo-manierista, all’interno del quale non a caso hanno trovato spazio, con naturalezza e in modo armonico, opere risalenti anche ad altre epoche. Qui l’insieme delle arti trova la sua sintesi nel disegnare un progetto unitario e coerente, il cui solo obiettivo è l’esaltazione della rappresentazione.

L’unica navata del tempio, ambiente piccolo ma dalle proporzioni perfette, presenta nella volta a botte un ciclo di affreschi raffigurante i Misteri della Passione, dipinto da Belisario Corenzio, fra il 1601 e il 1603, mentre stucchi finissimi e dorature di grande pregio dividono le singole scene, estendendosi anche alle pareti laterali. Di origine greca, ma naturalizzato napoletano, Corenzio fu, in compagnia di Jusepe de Ribera e Battistello Caracciolo, protagonista di massimo rilievo della scena artistica cittadina e innovativo precursore di una stagione, il barocco, che proprio a Napoli raggiunse livelli di eccellenza.

Agli affreschi della volta, forse, contribuirono anche lo stesso Caracciolo e un giovanissimo Luigi Rodriguez, ma essi costituiscono il capolavoro di Belisario Corenzio: l’intensità espressiva delle figure che affollano la scena deriva direttamente dal teatro, in un rapporto che il Manierismo curò in modo particolare così come è di evidente effetto il trait d’union fra le persone e gli sfondi paesaggistici in cui sono inserite, mentre è tutta anticipatrice del barocco l’esaltazione della drammaticità degli eventi raffigurati.

Il programma decorativo della Cappella fu scelto dai committenti, che indicarono l’elenco degli episodi, tutti tratti dai misteri della Passione; un tema che stava particolarmente a cuore alla Chiesa contro-riformata per la sua capacità di suscitare nella popolazione pathos e partecipazione.

Di grande impatto e superba resa artistica i grandi quadri posizionati sull’altare del presbiterio e sui due laterali: la Pietà di Fabrizio Santafede che domina l’altare maggiore e l’Assunzione della Vergine di Ippolito Borghese, localizzato a destra, risalgono con certezza al 1603; la Resurrezione di Cristo, che campeggia sull’altare a sinistra, venne iniziata da Gerolamo Imparato e alla sua morte portata a compimento dallo stesso Santafede.

Nell’altare maggiore, il cruciale momento della deposizione del corpo di Cristo fa da rigoroso contrappunto alla vivacità del soffitto: gli altri protagonisti della scena sono con semplicità affiancati ai lati del Cristo e immersi in una luce che, pur di derivazione sovrannaturale, è colta in tutta la sua naturalezza.

Il sepolcro della Vergine nell’Assunzione è ormai vuoto, i dodici apostoli lo contemplano fra sorpresa e riflessione, mentre giovani angeli trasportano in cielo la Madre di Dio su di una nuvola, a cui fanno da corteo altri angeli musicanti e cherubini con le ali: l’opera è uno dei primi dipinti napoletani di Borghese, artista umbro che tanto amava la pittura senese e toscana.

Gli altari hanno subìto cospicui rimaneggiamenti nel corso del Settecento, ma di facile leggibilità rimangono gli elementi del disegno originario dell’altare maggiore: l’architrave in marmo bianco e breccia viola, le delicate sculture dei capitelli di foggia corinzia, le colonne alveolate in marmo verde antico, la cornice a modanatura che accoglie la tela di Santafede.

Tracce del pavimento secentesco, in marmo, si ritrovano solo nell’area del presbiterio, con disegni geometrici sui colori del giallo, del viola e del verde. Il rivestimento in cotto e maiolica, assemblato in colori vivaci, risale al Settecento ed è ricercatissimo esempio di una produzione locale, che solo in questo territorio ha raggiunto autentiche vette di arte.

Le altre sale

La prima parte del Settecento fu epoca di grande importanza per il Monte e per la sua Cappella, coincidente con un momento di forte prosperità. Venne infatti varato un programma di ricostruzione e abbellimento decorativo che è percepibile soprattutto negli altri ambienti dell’edificio: la Sacrestia, con la sua anticamera e la Sala della Congregazione, detta anche Sala delle Cantoniere.

Il monumento in memoria del Cardinale Ottavio Acquaviva d’Aragona, un tempo parte integrante della decorazione della navata, venne spostato nell’antisacrestia. L’opera in marmo ha una firma illustre, quella di Cosimo Fanzago, autore in pieno Seicento del disegno architettonico di Palazzo Zevallos, in via Toledo - oggi sede museale di Intesa Sanpaolo - e nome di primissimo piano nella realizzazione di numerose chiese barocche della città di Napoli.

Nella Sacrestia la doratura, i quattro monocromi raffiguranti le Virtù, la decorazione delle pareti con motivi vegetali, la tela che domina il soffitto, la Carità, opera di Giuseppe Bonito sono tutti elementi settecenteschi. Di altrettanto pregevole impatto è la Sala delle Cantoniere, che assume il nome dalle quattro angoliere in legno dorato che ben vanno ad integrarsi nell’illusionismo pittorico degli affreschi a trompe-l’oeil alle pareti, recanti le effigi di Carlo VII di Borbone e di sua moglie Maria Amalia di Sassonia. Questo ambiente accoglie al suo interno un’opera d’arte tanto bella quanto misconosciuta: una Pietà realizzata in legno policromo risalente probabilmente ai primissimi anni del XVIII secolo, opera di un maestro spagnolo, più precisamente castigliano, destinato purtroppo, almeno per il momento, a rimanere anonimo. Una scultura la cui potenza espressiva, commovente ed elegante, è tale da costituire il focus emotivo di uno spazio tanto ricco.

La navata e le sale adiacenti, negli anni Ottanta, sono state interessate da un lungo e complesso intervento di restauro sostenuto dal Banco di Napoli e diretto dalla Soprintendenza ai Beni storico-artistici di Napoli.

Pubblicazioni

La collezione d'arte del Banco di Napoli nel Monte di Pietà, guida a cura di L. Martino e A. Tecce, Electa Napoli, 2000

Tiziana Scarpa, La Cappella del Monte di Pietà, in La collezione d’arte del Sanpaolo Banco di Napoli, a cura di Anna Coliva, Milano 2004

Palazzo Carafa
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